Aiace


AIACE

di G.Ritsos |con Filippo Carrozzo |
Regia di Filippo Carrozzo
Testo di Ghiannis Ritsos |
Costumi e Locandina di Linda Aquaro |

 

” Voglio soltanto un uomo con cui parlare da pari a pari; – ma dov’è ? ”

Si raggiunge la drammaticità perfetta secondo Aristotele quando si pone in scena la caduta di un uomo non malvagio per “amartìa”, un errore di comportamento dovuto alla cecità umana; ma la sventura può anche essere dovuta a una colpa.

SINOSSI
Achille è morto, le sue armi sono contese. Gli Atridi le attribuiscono non ad Aiace, figlio di Telamone re di Salamina, ma ad Ulisse, giudicato il guerriero più valoroso dell’esercito. Questo motivo scatena la furia che porta l’eroe a voler trucidare tutto l’esercito greco. Solo l’intervento di Atena impedisce la strage e per punirne l’orgoglio, la dea confonde la mente di Aiace facendogli massacrare una mandria di pecore scambiata dal guerriero per i suoi compagni d’arme. Una volta rinsavito, il figlio di Telamone capisce che il suo gesto lo marchierà di un disonore inestinguibile. Recatosi sulla riva del mare, in solitudine, dopo aver invocato il sole, i fiumi della patria e i campi di battaglia su cui rifulse il suo valore, si uccide.

Nessun dio accompagna Aiace. Un eroe umano che, nella guerra, vede quello che c’è realmente da vedere. La viltà, il tradimento, l’avidità, la paura dell’amico lo hanno contaminato. Le maschere dell’orrore sono mosche nere che affilano le unghie sul corno di bue. Aiace è un reduce, nessun dio lo aiuta. Le voci si amplificano dentro di lui, l’ingiustizia subita s’ingigantisce, ma non può farsi indietro, è incapace di desiderare il male degli altri. Ma le mosche ronzano sempre più insistenti, poi una improvvisa calma e tranquillità,  finalmente esce, saluta la moglie. S’incammina verso il fiume, va a lavare la grande spada dai grumi della guerra. Col suo sangue.